Intervista a Martina Coli, vincitrice della terza edizione del Premio Jo Cox

«L'Europa non sia una mera associazione di interessi di mercato»

Al centro della sua tesi l'erosione dello stato di diritto, a partire dal caso polacco

19 Febbraio Feb 2019 1103 19 febbraio 2019
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Martina Coli 3

Martina Coli, 24 anni, studentessa della Scuola Sant’Anna di Pisa e della Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze, è la vincitrice del Premio Jo Cox 2018 con la tesi It’s all about values: the enforcement of the rule of law in the European Union as a challenge ahead. «Si discute molto di un’Europa in crisi, che deve essere ristrutturata per far fronte ai molti e grandi problemi davanti ai quali non riesce a reagire come ci aspetteremmo. Nella mia tesi - spiega Martina - ho voluto affrontare una di queste crisi, quella dell’erosione dello stato di diritto, ovvero quel processo, attualmente in corso in alcuni Stati membri dell’Unione, di diffuso e crescente disinteresse, se non di volontario abbandono, dei valori fondanti l'Unione europea.

Davanti alla necessità di proteggere e rafforzare lo stato di diritto - prosegue la vincitrice - l’Unione si è riscoperta impotente e incapace di salvaguardare efficacemente i propri valori. Prendendo ad esempio il caso polacco, dove l’attacco allo stato di diritto si è realizzato anzitutto attraverso l'ingerenza del potere politico sull’indipendenza dei giudici, nel mio elaborato ho voluto esaminare i limiti degli strumenti previsti dai Trattati, al fine di proporre metodi più efficaci per rafforzare lo stato di diritto. Il quadro che emerge dalla mia analisi non è dei più incoraggianti: seppure non perfetti, gli strumenti a disposizione dell’Unione potrebbero essere efficaci, soprattutto se utilizzati tempestivamente, per far fronte alle minacce poste dalle nuove democrazie cosiddette “illiberali”. L’incapacità dell’Unione di far fronte al deterioramento dello stato di diritto si deve quindi soprattutto all’assenza di una volontà politica da parte delle istituzioni europee e degli altri paesi membri (che in queste ultime siedono e partecipano). Al fine di salvaguardare i suoi valori fondanti, l'Unione dovrebbe fare miglior uso degli strumenti a sua disposizione, in primis attraverso un ricorso più saggio alla procedura prevista dall’Articolo 7 del Trattato sull’Ue, nonché sfruttando le potenzialità di una forma di condizionalità tra l'erogazione dei fondi strutturali e il rispetto dei valori.
Al di là delle procedure offerte dal quadro giuridico dei trattati, ciò che mi ha ispirata a fare ricerca in quest’area è la consapevolezza di studiare un problema chiave per il progetto di costruzione europea. Un’Unione che si basa sulla fiducia reciproca, il mutuo riconoscimento (vitale per il mercato unico europeo, ma non solo) e la leale cooperazione non può prescindere dall’essere anche una comunità di valori. La crisi dello stato di diritto non è dunque solo una tra le tante difficoltà che l'Unione sta affrontando poiché il rispetto dello stato di diritto è un prerequisito fondamentale sia per l'applicazione uniforme del diritto europeo, sia per il mantenimento della fiducia reciproca tra gli Stati membri e tra i cittadini europei».

L’edizione di quest’anno del premio intitolato a Jo Cox è dedicata ad Antonio Megalizzi, il giornalista 28enne rimasto vittima di un attentato a Strasburgo lo scorso 11 dicembre. Due figure diverse per ruolo e carriera, ma accomunate dalla stessa, incrollabile fiducia nel progetto europeista. Quale idea di Europa dobbiamo portare avanti per non vanificare i loro insegnamenti e il loro sacrificio?
«Il progetto europeo nasce negli anni cinquanta con un obiettivo nobile: portare pace e prosperità in un continente distrutto e diviso dagli orrori della guerra. Per fare ciò, il mezzo più semplice (e politicamente accettabile) era quello dell’integrazione economica e della creazione di un mercato comune. I cittadini europei hanno accettato questo processo nella consapevolezza che avrebbe portato loro maggiore benessere. Tuttavia, né le élite, con l’eccezione di pochi federalisti, né i cittadini avevano un’idea ben chiara di dove questo progetto sarebbe arrivato. Il cantiere europeo si è dunque costruito pezzo per pezzo sulla base delle problematiche che la Comunità si trovava ad affrontare, come un puzzle del quale non si conosce l’immagine completa. Questa tendenza all’integrazione settoriale ha portato allo stato attuale dove alcune riforme, largamente riconosciute come necessarie perché l’Unione possa funzionare propriamente, non si realizzano perché richiedono una cessione di sovranità che gli stati, almeno buona parte di essi, non sono ancora pronti a compiere. Basti pensare alla realizzazione dell’Unione fiscale, al completamento di quella bancaria, alla tematica della difesa oppure alla politica migratoria. Nel frattempo, nuovi fenomeni, come quello dell’erosione dello stato di diritto, minacciano la costruzione di un’Europa più unita e integrata.
Jo Cox e Antonio Megalizzi si sono battuti per un’Europa migliore e per evitare il suo ritorno ad una mera associazione di interessi di mercato. Per portare avanti la loro battaglia è necessario discutere criticamente dell’Europa e dei confini dell’integrazione, partendo per la prima volta da un sincero dibattito su quale debba essere il traguardo, almeno quello di medio periodo, e indicando gli obiettivi da realizzare per mantenere quella promessa di prosperità e unità che era stata fatta ai cittadini nel lontano 1957».

Tra meno di 4 mesi 400 milioni di europei saranno chiamati a rinnovare il Parlamento. Quali sono le tue speranze e le tue preoccupazioni per questa tornata elettorale?
«Come tutti coloro che credono nel progetto europeo, mi auguro che questa tornata elettorale veda un’ampia partecipazione dei cittadini europei e rappresenti un momento di discussione e riflessione sul futuro dell’Unione. Purtroppo, sono già consapevole che parte di queste aspettative saranno deluse, e non solo perché i sondaggi ci dicono che i partiti sovranisti avranno una crescita significativa in termini di seggi. La campagna elettorale per il Parlamento europeo è da sempre dominata da dinamiche politiche nazionali e raramente agli elettori vengono presentate delle vere proposte e alternative su tematiche propriamente europee. Ovviamente questa situazione è conseguenza anche delle dinamiche elettorali a livello sovranazionale e dell’assenza di partititi europei scollegati dai raggruppamenti nazionali.
Ciononostante, i partiti potrebbero indubbiamente fare uno sforzo maggiore di sensibilizzazione sulle tematiche europee, anche per motivare gli elettori al voto. Il rischio è che questa campagna elettorale veda opporsi uno schieramento sovranista, con un’idea ben chiara sul futuro dell’Europa, e un gruppo disomogeneo di partiti tradizionali che difendono in tutto e per tutto l’Ue (e lo status quo), ma senza concentrarsi su temi concreti e proposte di riforma. Mi auguro che quest’anno i partiti, soprattutto quelli che si ergono (opportunisticamente?) a grandi difensori del progetto europeo, siano all’altezza della sfida».

In Italia il sentimento europeista, tradizionalmente forte, è messo sempre più in discussione da tentazioni euroscettiche e sovraniste. Colpa dell’Italia o dell’Ue? E come si può recuperare la fiducia nei confronti delle istituzioni comunitarie?
«Purtroppo, l’Italia, un tempo primo paese europeo per supporto al progetto europeo e per partecipazione elettorale, si trova adesso in fondo alle classifiche sulla fiducia nell’Unione. Se fino alla fine degli anni novanta la logica del vincolo esterno aveva consentito alla classe politica italiana di far accettare ai cittadini scelte difficili in nome del progetto europeo, oggi Bruxelles è percepita dagli italiani come una roccaforte tecnocratica, lontana dai cittadini e dai loro bisogni quotidiani. Questa situazione è frutto non solo di scelte, politiche e comunicative, sbagliate da parte della classe politica italiana, ma anche dell’incapacità dell’Unione di divulgare le proprie politiche all’elettorato.
Per riavvicinare i cittadini all’Unione credo si debba innanzitutto ricordare tutti i benefici che l’integrazione europea ha portato nella loro vita, in termini non solo economici ma anche di diritti (penso ad esempio alla tutela del consumatore, alla parità di genere e alla lotta per la salvaguardia dell’ambiente). Parallelamente, penso sia importante riflettere su nuove politiche pubbliche i cui effetti possano essere direttamente percepiti dai cittadini. In secondo luogo, credo sia importante parlare (positivamente) dell’Europa al di fuori degli ambienti specializzati per combattere la disinformazione che purtroppo domina il settore degli affari europei. Penso in particolare ai giovani: di Europa si parla ancora troppo poco nelle scuole, mentre ci sarebbe bisogno di parlare con gli studenti, non solo per coinvolgerli, ma anche per avere da loro spunti e riflessioni per migliorare l’Europa di domani».

Come t’immagini l’Unione tra dieci anni?
«Questa è la domanda più difficile, soprattutto alla luce della fase che l’Unione sta attraversando in questo momento. Penso che sia già un inizio pensare a quale Unione non vogliamo tra dieci anni. Personalmente non vorrei un’Europa come quella professata dai sovranisti, seppure ritengo che la loro sia una prospettiva da affrontare criticamente e non da rigettare con superficialità, rifiutando il confronto. Non vorrei un’Europa come mera associazione economica dove gli stati, gelosi della propria sovranità, non si preoccupano dei valori comuni da proteggere e promuovere e si dimenticano della solidarietà. Un’Europa così costruita non solo conterebbe ben poco nell’arena internazionale (e con lei gli stati che la compongono), ma sarebbe anche incapace di dare quelle risposte ai cittadini che solo al livello europeo possono essere sostenute.
Ciò ovviamente non significa omologazione: non dobbiamo chiedere ai cittadini di rinunciare alle loro tradizioni e culture a favore di un indeterminato bene comune europeo. Si tratta piuttosto di riconoscere che ci sono delle basi comuni sulle quali possiamo lavorare insieme per il benessere di tutti, ma nel rispetto delle diversità. Poiché credo che la democrazia sia una di queste basi, tra dieci anni mi auguro di vedere un’Europa più unita, formata da stati che condividono valori democratici e che, nel rispetto del principio di sussidiarietà, collaborano per garantire il benessere dei propri cittadini».

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