Intervista all'autore del libro "Sdoppiamento"

Fabbrini: «Italia decisiva per il futuro dell'Europa»

Spetta agli elettori decidere se essere protagonisti del rinnovamento o se rinchiudersi nel provincialismo

30 Gennaio Gen 2018 1208 30 gennaio 2018
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Sergio Fabbrini, 68 anni, è direttore della Luiss School of Government e si occupa da anni di questioni europee. Il suo ultimo libro Sdoppiamento. Una nuova prospettiva per l’Europa ha contribuito a riaprire il dibattito sul futuro dell’Ue. «Se vogliamo dare nuova forza all’Unione - scrive Fabbrini - l’idea di una misura che vada bene per tutti va messa nel cestino».

Professor Fabbrini, in un editoriale sul Sole-24 Ore ha paragonato l’Europa a un cantiere aperto, bisognoso di restauri. Da dove iniziare?
«Dal ripensamento della forma e della struttura dell’intero progetto politico. Un’opera che deve partire dall’impulso dei singoli Stati membri: i prossimi anni saranno fondamentali per capire qual è l’Europa che abbiamo in mente e come possiamo realizzarla. Il Presidente francese Macron sembra averlo capito e non dobbiamo lasciarlo solo. Perché allo stato attuale siamo davanti a una creatura incompleta e priva di una direzione».

Una condizione che ha radici lontane…
«Una situazione frutto di una costruzione graduale e funzionalistica: dopo il fallimento, nel 1954, del progetto di Comunità Europea di Difesa, il cammino è proseguito sui binari della messa a punto di un mercato comune per uscire dalla palude. Con la caduta del Muro di Berlino prima e la crisi finanziaria del 2007-08 poi le priorità sono cambiate e le criticità aumentate. Eppure l’approccio è rimasto lo stesso: gradualistico e privo di una visione d’insieme. Non solo: si è acuita sempre di più la distanza tra istituzioni e cittadini, che di queste istituzioni faticano a comprendere il funzionamento».

Il progetto di riforma presentato dalla Commissione prevede l’istituzione di un “superministro” europeo dell’Economia e delle Finanze. Può essere un primo passo in direzione di una maggiore integrazione?
«La logica funzionalistica e gradualistica cui accennavo prima può essere utile per risolvere alcuni problemi. Di certo non funziona per le questioni costituzionali: nel caso del cosiddetto “superministro”, per esempio, bisogna intendersi sul ruolo che gli vogliamo assegnare. Perché se il compito che abbiamo in mente si limita al coordinamento e alla supervisione della gestione delle finanze dei singoli Stati membri, è una proposta che non si discosta troppo da quella dell’ex-ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble, fautore della linea intergovernativa e di una figura in grado di tenere sotto controllo i bilanci dei 28 Stati membri per scongiurare quel moral hazard che per Berlino è una vera e propria ossessione. Invece un vero “superministro” dovrebbe poter contare sull’autonomia garantita da un bilancio europeo indipendente da quelli nazionali. Risorse da indirizzare verso politiche anticicliche di ampio respiro».

Respiro che sembra mancare in molte delle scelte prese in questi anni.
«Mancano una visione chiara, un’idea forte, un quadro definito. Oggi regna la confusione. Confusione in primis dei poteri. Un esempio: Federica Mogherini, in qualità di Alto Rappresentante della politica estera e di sicurezza comune, è sia vicepresidente della Commissione che capo del Consiglio di Difesa ma in realtà dipende, come tutti i commissari, dalle decisioni dei singoli Stati membri. Così non va: serve un esecutivo forte e una netta separazione tra questo e il legislativo».

Come se ne esce quindi?
«Con uno sdoppiamento, appunto. Insistere con l’utopia dell’integrazione figlia degli accordi di Roma del 1957 non ha più senso: è fondamentale creare un nucleo di Paesi - che possono essere quelli dell’Eurozona come i sei fondatori - che condividano funzioni essenziali, come bilancio e difesa, per avviarsi a portare a compimento una vera e propria unione federale. Un blocco “occidentale” dei paesi fondatori e inclusi nell’Eurozona contrapposto a uno “orientale” (con la Scandinavia): il punto sta nel decidere se condizionare Vienna e Varsavia o se farsi condizionare da loro. Integrazione o implosione: tertium non datur. E la scelta tocca in primis all’Italia: vogliamo accodarci al “Gruppo di Visegrád” (che ha recentemente salutato l’ingresso dell’Austria, con la nomina a cancelliere di Sebastian Kurz) o diventare i partner più credibili di Macron nel suo progetto di rifondazione dell’Europa?».

Non a caso lei ha più volte paragonato il voto del prossimo 4 marzo a quello dell’aprile 1948: settant’anni fa - ha scritto - “la posta in gioco fu la collocazione internazionale dell’Italia, oggi la sua collocazione europea”. Quali scenari potrebbero aprirsi?
«L’Italia non ha il peso economico-militare né la visione politico-culturale del Regno Unito quindi una “Italexit” è da escludere, anche in caso di vittoria di partiti o movimenti euroscettici. I populisti e sovranisti di casa nostra non sono l’Ukip: non lottano per uscire dall’euro ma vogliono svuotare l’Ue dall’interno. Va detto che al loro fianco non manca una certa parte della stampa che sembra legittimarne le posizioni. La battaglia non è più tra destra e sinistra, ma tra provincialismo ed europeismo: se giornali e tv non lo capiscono e continuano a concentrarsi su questioni secondarie come banche o vitalizi vuol dire che sono diventati irresponsabili anche loro. L’Italia rischia di diventare la sponda meridionale dell’asse Vienna-Varsavia, che dell’Europa ha un’idea tanto chiara quanto nefasta: pretendere risorse e protezione senza dare nulla in cambio. Una svolta in questa direzione farebbe sprofondare il nostro Paese nel provincialismo più totale».

In Germania sembra ormai cosa fatta la riedizione della Grande Coalizione. Una situazione sempre più frequente negli ultimi anni (e che molti danno per inevitabile anche in Italia) resa necessaria per portare avanti le politiche promosse dalla governance dell’Eurozona. Un fenomeno che non ha fatto che rafforzare le forze populiste che a quella governance si oppongono. Come si spezza questo circolo vizioso?
«Dotando l’Unione Europea di una propria fiscal capacity che consentirebbe a quel punto un reale confronto politico sulla destinazione d’uso delle risorse e, parallelamente, riconsegnando una certa autonomia di spesa ai singoli Stati membri. In assenza di questa, perché mai i cittadini dovrebbero votare? Il meccanismo è chiaro: da una parte gli Stati dell’Eurozona non vogliono riconoscere autonomia fiscale all’Unione, dall’altra però non sono nemmeno indipendenti nelle proprie scelte, vincolati come sono alla moneta unica. Al contrario di quanto avviene nelle unioni federali compiute, Svizzera e Stati Uniti su tutti, gli Stati dell’Ue non possono fallire ed è per evitare questo scenario che sono costretti a sottostare a direttive fiscali sempre più invasive. Ma trasformando le regole in principi costituzionali, come avvenuto con il Fiscal Compact, non ci sono più reali margini di scelta politica. Non c’è più, in ultima analisi, una reale distinzione tra destra e sinistra. Il sistema regolativo ha di fatto rinsecchito la politica nazionale e così i populisti hanno gioco facile a presentarsi come unica alternativa alle imposizioni provenienti da Bruxelles. Un’ennesima conferma della totale mancanza di visione politica dietro al progetto europeo».

Il Presidente francese Macron e lo stesso segretario del Pd Matteo Renzi hanno lanciato la proposta di primarie aperte tra i cittadini dell’Unione per scegliere il candidato del Pse alla presidenza della Commissione. Può essere un modo per sopperire alla crisi di legittimità democratica delle istituzioni europee?
«Si tratterebbe senz’altro di un fattore di legittimazione interna ma non dimentichiamoci che su molte grandi questioni strategiche il ruolo della Commissione è assolutamente subalterno a quello del Consiglio. Le decisioni fondamentali, per intenderci, vengono prese da Tusk e dai singoli ministri nazionali, non certo da Juncker, che è una sorta di primo ministro senza potere. Rischiamo di chiudere la stalla dopo che i buoi sono già scappati».

Una crisi di input o di output legitimacy? Di legittimità democratica o di efficacia delle politiche europee?
«È chiaro che attualmente le istituzioni europee soffrono di una grave crisi di rappresentatività ma sarebbe auspicabile non arrivare a dover scegliere il male minore tra tecnocrazia e populismo: la soluzione migliore sarebbe senz’altro una combinazione dei due modelli. Istituzioni solide ed efficienti, ma allo stesso tempo forti di una legittimazione popolare che può venire solo da un ripensamento profondo della struttura dell’Unione. In questo senso, i prossimi anni saranno cruciali».

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